La primavera del 1990 è carica di tensione. Il Napoli, a un passo dal secondo scudetto, sta vivendo un periodo di calo, con i fischi che iniziano ad assediare il San Paolo, e il Milan di Sacchi che ha appena superato gli azzurri in classifica. L’ombra del sorpasso, la paura di perdere tutto, avvelena l’aria. Ma il 25 marzo 1990, in un pomeriggio di sole che sembra voler celebrare qualcosa di speciale, la città si ferma per l’arrivo della nemesi sportiva per eccellenza: la Juventus.
Non è una partita come le altre. È una finale, un crocevia del destino. E Diego Armando Maradona, il Dio di Napoli, lo sa. Nel tunnel che conduce al campo, è lui a guidare i suoi, a caricarli con uno sguardo, un tocco sulla spalla. È l’ultima grande, epica recita del Pibe de Oro con la maglia azzurra. E il San Paolo, in un boato, lo saluta.
Il lampo del genio e la doppietta d’autore
Il Napoli parte subito forte, con una furia agonistica che stordisce i bianconeri. A dirigere l’orchestra è un indemoniato Massimo Crippa, inarrestabile a centrocampo. Ma il genio, quello vero, è altrove. Al 13′, un tiro di Crippa viene respinto da Tacconi sulla traversa. La palla finisce sui piedi di Maradona, che con una giravolta fulminea, quasi un passo di danza, spedisce il pallone in rete. L’1-0 è il preludio di un’altra magia.
Poco dopo, il lampo, il genio delle sregolatezza del barrio di Buenos Aires e in quel momento il San Paolo trattiene il respiro. Punizione dal limite per il Napoli. A tutti sembra un tiro impossibile, una traiettoria troppo angolata per il piede di Diego. Eppure, il sinistro magico del Pibe de Oro disegna una parabola perfetta, bassa e insidiosa, che si infila nell’angolo alla destra di Tacconi, incredulo. 2-0. In poco più di venti minuti, Maradona ha steso la Juventus.
La reazione della Juve e il colpo di grazia
Il secondo tempo si apre con una Juventus che prova a reagire. Zoff inserisce Kiraki per Zavarov per dare più peso all’attacco. E al 62′, un fallo su Rui Barros regala un rigore ai bianconeri. De Agostini non sbaglia, dimezzando lo svantaggio e riaccendendo le speranze della Vecchia Signora. Per un attimo, il San Paolo comincia ad avere paura. Il motore del Napoli sembra aver perso qualche colpo.
Ma la scintilla si riaccende quasi subito. Due minuti dopo, Francini, su un delizioso tacco smarcante di Careca, si avventa sul pallone e di punta insacca il 3-1. È il colpo del KO, il gol che chiude i giochi e fa esplodere di nuovo lo stadio in un urlo liberatorio. L’ultima grande vittoria contro l’acerrima rivale, l’ultimo capolavoro prima che la storia di Maradona a Napoli si avvii verso la fine.
A fine gara, Maradona si toglie gli scarpini, si avvia a piedi nudi per il campo, raccogliendo l’ovazione di un popolo che sa di aver assistito all’ultima, grande magia del suo idolo. Non è solo una vittoria, è un’affermazione, la dimostrazione che il Napoli, con il suo re, è ancora vivo e pronto a combattere per lo scudetto.
