L’Occidente continua a leggere le operazioni di sicurezza dell’amministrazione Trump come una risposta “dura ma necessaria” all’immigrazione irregolare. Ma l’evoluzione dell’ICE racconta un’altra storia. Non quella di un rafforzamento dello Stato di diritto, ma quella di una progressiva militarizzazione dello spazio interno statunitense, presentata come ordine e sicurezza e vissuta, sul terreno, come conflitto istituzionale permanente L’errore occidentale è lo stesso già visto sul piano internazionale: scambiare la propaganda per governance.
La United States Immigration and Customs Enforcement, Immigration and Customs Enforcement, nasce nel 2003 all’ombra dell’11 settembre, con un mandato formalmente legato alla lotta al terrorismo e al crimine transnazionale. Vent’anni dopo, sotto la seconda presidenza di Donald Trump, l’ICE si è trasformata nel perno di una strategia politica che importa nel cuore delle città americane la logica della “guerra preventiva”. Non contro un nemico esterno, ma contro una parte della popolazione civile.
Minneapolis è diventata il simbolo di questa mutazione. Qui non siamo (ancora) davanti a una guerra civile, ma a qualcosa che le assomiglia sempre di più sul piano istituzionale. Non a caso il governatore del Minnesota Tim Walz si è chiesto se quanto sta accadendo non richiami Fort Sumter, l’innesco della guerra di secessione. La “guerra di dentro” evocata da Trump non è una metafora: è un dispositivo politico che normalizza l’uso della forza federale contro comunità locali, amministrazioni ostili e cittadini formalmente protetti dalla Costituzione.
Gli eventi degli ultimi mesi mostrano una escalation chiara. Raid condotti con modalità militaresche, agenti in tenuta tattica, veicoli non contrassegnati, granate stordenti, arresti basati sulla profilazione razziale. Le vittime non sono solo migranti irregolari. A Minneapolis un agente dell’ICE ha ucciso Renée Nicole Good, cittadina americana disarmata. Pochi giorni dopo, Alex Jeffrey Pretti, infermiere, è stato colpito a morte mentre filmava un’operazione per difendere una donna. In entrambi i casi, l’apparato federale ha difeso gli agenti e il presidente li ha definiti “patrioti”. Il messaggio è inequivocabile: l’uso letale della forza è politicamente legittimato.
