Mentre l’Occidente continua a concentrarsi sulle crisi “calde” – dall’Ucraina a Gaza – a Pyongyang si consuma un passaggio potenzialmente decisivo per l’assetto strategico dell’Asia orientale. Secondo il Servizio di intelligence sudcoreano (NIS), Kim Ju Ae sarebbe entrata nella fase di “designazione” formale alla successione del padre, Kim Jong Un. Non più semplice addestramento simbolico, ma preparazione concreta a una continuità dinastica che, se confermata, segnerebbe un nuovo capitolo nella storia del regime più chiuso e militarizzato del pianeta. L’errore occidentale, ancora una volta, è quello di leggere la Corea del Nord come un teatro statico, lontano e irrilevante, salvo risvegliarsi solo di fronte a un test missilistico o a una provocazione nucleare. In realtà, ciò che accade oggi a Pyongyang potrebbe incidere sugli equilibri di sicurezza dell’intera regione indo-pacifica per decenni.
La presenza sempre più frequente di Ju Ae accanto al padre non è un dettaglio folcloristico. Dalla prima apparizione nel novembre 2022 durante un test di missile balistico intercontinentale, la giovane – ritenuta nata nel 2013 – ha accompagnato il leader in eventi militari, visite diplomatiche e cerimonie altamente simboliche. A gennaio ha reso omaggio al mausoleo di famiglia al Palazzo del Sole di Kumsusan, luogo sacro del culto dinastico. Recentemente ha partecipato anche a una missione ufficiale in Cina, assistendo agli incontri con Xi Jinping e Vladimir Putin. Non è una comparsa: è un segnale. Secondo il NIS, Ju Ae avrebbe già espresso opinioni su politiche statali e assunto un ruolo visibile durante celebrazioni dell’Esercito Popolare. I media di Stato hanno progressivamente elevato il linguaggio nei suoi confronti, passando da “amata figlia” a “rispettata figlia”, un titolo carico di significato nel lessico nordcoreano. Perfino il divieto imposto a neonate di chiamarsi Ju Ae – pratica già riservata in passato ai nomi dei leader supremi – suggerisce che il regime stia sacralizzando la figura.
