A tutti nella vita è capitato di indossare un paio di cuffie e ascoltare della musica e di emozionarci, così come è molto comune ritrovarsi ad avere a che fare con un suono fastidioso che si insidia nelle orecchie e non ci lascia andare. Questo perché il suono è fisica, una frequenza misurabile mentre l’ascolto è memoria, cultura; è proprio da questo connubio che un rumore può infastidire o trasformarsi in emozione pura.
Da un punto di vista scientifico il suono è una vibrazione che si propaga sottoforma di onde nell’aria; esse hanno una frequenza che può essere percepita come intensità, altezza, ciò che noi spesso associamo al volume. A permettere di riconoscere un suono però è il timbro, esso è una combinazione di armonici che ci facilita la distinzione del suono; grazie al timbro, infatti, il nostro orecchio è in grado di distinguere la nota musicale del violino da quella del pianoforte, anche se hanno la stessa altezza d’onda.
L’insieme di frequenze definito dalla scienza come rumore, non è spesso percepito in maniera netta dall’uomo, perché un suono, può risultare caotico fisicamente ma piacevole culturalmente.
Quando il suono raggiunge l’orecchio, diventa segnale elettrico che il nostro cervello traduce in esperienza grazie alla presenza del ritmo, della melodia e dall’intensità. È in questo momento che iniziano a collaborare diverse aree cerebrali, la corteccia uditiva elabora le frequenze, l’ippocampo richiama dei ricordi legati ai rumori, mentre l’amigdala registra le emozioni; così che una canzone può suscitare sensazioni e far venire i brividi, al contrario di un suono improvviso che provoca una reazione di spavento.
Ma ogni persona è diversa, e le proprie storie creano esperienze diverse per tutti ed è qui che entra in gioco la psicoacustica, che studia l’interpretazione soggettiva del cervello di una persona. Due individui potrebbero reagire diversamente dinanzi all’ascolto di una stessa melodia, perché la percezione dipende da diversi fattori come il contesto, l’età, l’esperienza e a volte anche la stessa cultura di appartenenza. Il suono esiste come fenomeno fisico ma l’ascolto diventa personale perché alla biologia si mescola la memoria che trasforma l’esperienza auditiva in una percezione unica.
Oggi ovunque è possibile percepire un rumore perché il nostro paesaggio sonoro diventa sempre più complicato. Il nostro cervello è costantemente stimolato perché siamo sempre più circondati dal suono del traffico, i cantieri, le notifiche dei cellulari, la musica delle pubblicità. Le stesse cuffie e auricolari hanno amplificato l’esperienza perché permettono di portare ovunque il proprio mondo da ascoltare. I rumori, i suoni influenzano qualsiasi tipo di esperienza, si passa alle colonne sonore dei grandi film ai suoni di clacson per strada.
Ascoltare diventa atto deliberato, non è più un concetto passivo perché diventiamo gli artefici di nuovi strumenti di ascolto e produzione del rumore. Come afferma la scienza, il suono si propaga ma è il nostro cervello ad interpretare e a decriptare ciò che ci gira intorno.
In questo modo ogni nota, ogni suono è un’esperienza condivisa, una narrazione della propria cultura che continuiamo ad influenzare ogni giorno.
