Il popolo napoletano è noto per essere particolarmente scaramantico, e questo aspetto non manca neanche a tavola durante il cenone della Vigilia di Natale. Proprio per scacciare il male, il 24 dicembre si cucina il capitone, la cui tradizione deriva direttamente da un intreccio di simbologie religiose, riti pagani e cultura popolare. La forma di questo animale, lunga e sinuosa, richiama immediatamente quella del serpente, creatura che nella tradizione biblica incarna il male, l’inganno e la tentazione. È il serpente, infatti, a spingere Eva a disobbedire e a mangiare il frutto della conoscenza, aprendo simbolicamente le porte al peccato originale.
Consumare il capitone alla Vigilia assume quindi un valore che va ben oltre il semplice piacere gastronomico: è un gesto apotropaico, un atto rituale che serve a esorcizzare le forze negative prima della nascita di Cristo. Mangiare ciò che rappresenta il male equivale a dominarlo, a neutralizzarlo, a chiudere l’anno lasciandosi alle spalle sventure, paure e cattivi presagi. Non a caso, nella cultura napoletana il cibo non è mai solo nutrimento, ma linguaggio simbolico, racconto collettivo, memoria che si rinnova di generazione in generazione.
La differenza tra il capitone e l’anguilla, che spesso vengono confusi, riguarda il sesso dell’animale: il capitone è la femmina, generalmente più grande e più grassa, quindi ritenuta più adatta alla frittura e alle preparazioni festive. Questo dettaglio biologico ha assunto nel tempo anche un significato simbolico. Secondo la tradizione, infatti, è importante che il capitone venga acquistato ancora vivo e che siano proprio le donne di casa a occuparsi della sua uccisione e preparazione. Un gesto crudo, oggi spesso evitato o delegato ai pescivendoli, ma che un tempo rappresentava una sorta di rito di espiazione: una redenzione simbolica della colpa di Eva, la donna che per prima aveva ceduto alla tentazione.
Questa usanza, oggi attenuata e talvolta reinterpretata, racconta molto del rapporto tra sacro e profano nella cultura partenopea. Napoli è una città dove il confine tra religione e superstizione è sottile come un filo d’olio bollente. Il capitone ne è una perfetta incarnazione: animale umile e viscido, ma carico di significati profondi, capace di unire il racconto biblico, il mito classico e la quotidianità delle cucine popolari.
Le origini di questa tradizione sembrano infatti affondare in tempi remotissimi. Già nel mondo romano, e ancor prima in quello greco, il serpente era una figura ambivalente: temuto ma anche venerato, associato alla rigenerazione, alla ciclicità della vita e alla protezione della casa. Autori come Seneca e Virgilio menzionano riti propiziatori nei quali un serpente veniva sacrificato e smembrato, come gesto per attirare la buona sorte o allontanare le sciagure. Con l’avvento del cristianesimo, il serpente pagano diventa definitivamente un simbolo negativo, e il capitone ne prende il posto sulle tavole, trasformandosi da creatura temuta a pietanza rituale.
Nel corso dei secoli, questa tradizione si è consolidata soprattutto a Napoli e in Campania, diventando un elemento imprescindibile del cenone della Vigilia, insieme agli spaghetti con le vongole, al baccalà, alle verdure di rinforzo e ai dolci natalizi. Il capitone, però, resta il piatto più carico di significato, quello che divide, che fa discutere, che suscita reazioni forti. C’è chi lo attende con entusiasmo e chi lo evita con una certa diffidenza, ma difficilmente lascia indifferenti.
La ricetta più tradizionale prevede una panatura semplice ma efficace, capace di esaltare la consistenza della carne e di creare un contrasto deciso con la sua natura grassa. Dopo averlo pulito e tagliato a pezzi, il capitone viene passato nella farina o nel pangrattato e poi immerso in abbondante olio bollente. La frittura deve essere decisa, quasi aggressiva, fino a ottenere una crosta dorata e croccante che sigilla il sapore all’interno. Una spruzzata di limone, un pizzico di sale e il piatto è pronto per essere servito, spesso accompagnato da un buon vino bianco o da un rosso leggero, capace di reggere la struttura del piatto senza sovrastarlo.
Accanto alla versione fritta, esistono anche varianti meno diffuse ma altrettanto radicate nella tradizione locale. Alcune famiglie lo preparano in umido, con pomodoro, olive e capperi, mentre altre lo arrostiscono o lo cucinano in bianco con alloro e aglio. Ogni casa ha la sua ricetta, il suo segreto, il suo modo di rendere unico un piatto che, più che essere cucinato, viene celebrato.
Negli ultimi anni, complice una maggiore sensibilità verso il benessere animale e un cambiamento delle abitudini alimentari, il capitone ha iniziato a perdere centralità sulle tavole natalizie. Molti lo sostituiscono con l’anguilla già pulita, altri lo eliminano del tutto, preferendo piatti meno impegnativi. Eppure, anche quando non viene mangiato, il capitone continua a vivere nell’immaginario collettivo come simbolo del Natale napoletano, evocato nei racconti, nei mercati, nelle vetrine dei pescivendoli durante i giorni che precedono la Vigilia.
In fondo, il capitone non è solo un piatto: è un racconto che si ripete ogni anno, una storia fatta di fede, paura, speranza e convivialità. È il segno di una città che affronta il male a tavola, con una forchetta in mano e un bicchiere di vino accanto, trasformando anche ciò che fa paura in un’occasione di condivisione. A Napoli, il Natale passa anche da qui: da un animale antico, da una cucina che profuma di olio caldo e da una tradizione che, nonostante tutto, continua a resistere.
