La musica è una forma d’arte potentissima che non si limita ad essere ascoltata, è un mondo che accompagna le persone nella loro quotidianità attraverso le sue estensioni. Non è più soltanto un suono astratto perché ora possiamo “vedere” la musica grazie alle copertine degli album, photoshoot degli artisti. Questi nuovi strumenti contribuiscono ogni giorno a creare l’identità del musicista e a far aumentare l’esperienza emotiva dell’ascoltatore.
Inizialmente gli album musicali non erano supportati da copertine illustrate, venivano venduti in sacchetti anonimi di colore marrone senza scritte e immagini che non riuscivano a richiamare l’occhio del consumatore.
Fu il direttore artistico della Columbia Records, Alex Steinweiss, ad avere l’idea di rivoluzionare il mondo della musica passando da imballaggi monotoni a strumenti di marketing. A partire dal 1939 le copertine iniziarono ad avere grafiche personalizzate, ricche di colori; in quell’anno venne progettata e poi messa sul mercato la prima illustrazione della storia per l’album Smash Song Hits by Rodgers & Hart del compositore Richard Rodgers e il paroliere Lorenz Hart.
La personalizzazione degli album musicali fu di vitale importanza per il mercato artistico, le vendite degli album aumentarono in maniera significativa dimostrando come fosse necessario dare vita alla musica anche sotto l’aspetto estetico.
Un ulteriore cambiamento avvenne grazie al tono emotivo che le immagini esprimevano, perché esse non erano più uno strumento puramente commerciale ma una forma d’arte. Per questo i consumatori si sentivano sempre più vicini agli artisti, erano finalmente in grado di vederli, di associare i suoni musicali a dei simboli, rendendo più stabile l’identità dell’artista.
Ma le copertine non vennero percepite solo come un punto di riferimento unicamente per il contesto musicale, alcune ad oggi sono talmente iconiche da essere conosciute anche dalle nuove generazioni. L’esempio più lampante è il monumentale album Abbey Road dei Beatles, del 1969. L’immagine non presenta scritte, si vedono soltanto i quattro membri della band attraversare un passaggio pedonale; eppure, la foto ha fatto la storia, entrando nei cuori di tutti i fan, dando notorietà alla via londinese, diventando zona turistica, e insediandosi nei nuovi media digitali, è un’immagine che ancora oggi viene ricreata. Ad accompagnarla c’è anche la famosissima copertina di Nevermind dei Nirvana, album del 1991 che vede raffigurato un bambino che nuota cercando di aggrappare una banconota; la foto divenne subito simbolo della cultura del decennio grazie alla sua potenza visiva e narrativa che riuscì a rappresentare in pieno l’essenza dell’album, il concetto di grunge.
Le immagini che hanno fatto la storia sono tante, dal prisma triangolare dei Pink Floyd nel loro The Dark Side of the Moon del 1973 all’iconico fulmine disegnato sul volto di David Bowie in Aladdin Sane dello stesso anno, da icone estetiche si tradussero in icone emotive. Il prisma sulla copertina nera di Pink Floyd è simbolo di grande profondità perché rappresenta la luce che si scompone, come accade con le varie sfumature della psiche umana, nessuna scritta è necessaria perché è l’immagine “silenziosa” che dà voce a quello che sarà il contenuto dell’album. Anche Unkown Pleasures, album del 1979 dei Joy Division, colpisce fin da subito le emozioni del pubblico, è simbolo di alienazione, le onde ripetute graficamente trasmettono ritmo e distacco contemporaneamente, guardarle è come essere sotto ipnosi.
In altri casi gli artefici delle copertine sono veri artisti, Andy Warhol disegnò per i Velvet Underground & Nico l’iconica copertina The Banana del 1967. L’artwork sembrava quasi infantile, sfondo bianco e una banana al centro; eppure, esprimeva concetti che erano considerati ancora un tabù, si parlava di droga, dipendenza, sessualità.
Con l’avvento della digitalizzazione, la copertina perse la sua dimensione materiale, se prima l’album era un oggetto da toccare, tenere tra le mani osservare a lungo la copertina e il retro con le sue canzoni, ora diventa una miniatura di accompagnamento su uno schermo. È cambiata l’attenzione che viene data all’immagine, non viene più sfruttata per avvicinarsi emotivamente alla musica ma è solo un riconoscimento più rapido per accedervi. Questi piccoli cambiamenti hanno portato a rivoluzionare ulteriormente l’artwork, che diventa un logo identitario per l’artista: le immagini ritornano ad essere uno strumento di marketing perché vivono sui social, sono al centro del merchandising.
Nonostante l’avvento della digitalizzazione negli ultimi anni è cresciuto il ritorno del vinile come supporto narrativo oltre che estetico, permettendo alle giovani generazioni di assaporare l’esperienza immersiva che ha accompagnato i 40 anni precedenti.
I cambiamenti legati al mondo musicale sono tanti dimostrando che anche ciò che è astratto può essere frutto di cambiamento; un’arte che non si vede, non si tocca è riuscita ad uscire nel tempo dell’ascolto e a darsi una forma attraverso le copertine, facendole diventare un linguaggio che accompagna l’esperienza sonora amplificandola.
