Nel maggio del 1959, in un auditorium dell’Università di Cambridge, il chimico e letterato Charles Percy Snow tenne la sua lectio magistralis intitolata «Le due culture e la rivoluzione scientifica». Dopo pochi mesi, il suo intervento si trasformò in un libro che per decenni avrebbe alimentato un acceso dibattito incentrato sulla distanza, se non addirittura sulla frattura, che nella civiltà occidentale si era creata tra discipline scientifiche e sapere umanistico.
In passato, lo scienziato e l’umanista si incarnavano dalla medesima figura, intenta a descrivere e studiare sia i fenomeni naturali che a discuterne il significato etico e metafisico. A partire dal XVIII secolo, con l’avvento della rivoluzione scientifica, questo equilibrio si spezzò. I protagonisti di quell’epoca — da Copernico a Newton, fino a Galileo — si proposero per la prima volta di indagare la natura attraverso esperimenti misurabili, verificabili e riproducibili. Di conseguenza, le figure del filosofo naturale e del filosofo dello spirito iniziarono ad allontanarsi sempre di più l’una dall’altra, fino al punto che, pochi secoli dopo, non solo avevano smesso di comunicare ma non riuscivano più nemmeno a comprendersi, se non addirittura a guardarsi con reciproco disprezzo.
Snow formalizzò il suo pensiero nel pamphlet “Le due culture”, sottolineando che a separare i due ambiti non fosse più soltanto il campo d’interesse o di studio, ma anche l’attitudine stessa al sapere, cioè lo spirito con cui ci si accosta alla conoscenza. Una frattura sostanziale tra questi due poli riguardava infatti il diverso rapporto con l’ottimismo.
“I non scienziati hanno una radicata impressione che gli scienziati siano animati da un ottimismo superficiale e non abbiano coscienza della condizione dell’uomo. Dall’altra parte, gli scienziati credono che i letterati siano totalmente privi di preveggenza e nutrano un particolare disinteresse per gli uomini e i loro fratelli.”
Questa frattura, dunque, si era creata per una divergenza di approccio, oltre che per una differenza di pensiero e studio. Tutto nasceva forse dal diverso punto di vista con cui le due culture osservavano la condizione umana, che veniva vista come un’esperienza singolare ed esistenziale dai letterati e affrontata come un argomento collettivo e sociale dagli scienziati. Quest’ultimi, infatti, avevano fiducia che la ricerca — medica, fisica o biologica — e le innovazioni tecnologiche potessero, passo dopo passo, migliorare e trasformare la vita dell’uomo, al contrario gli umanisti fondavano la loro riflessione su una convinzione immutabile: indipendentemente da qualsiasi progresso, la condizione umana resta unica, e profondamente segnata dalla tragicità, e proprio per questo deve essere accettata nella sua essenza. Snow spiega bene questo apparente cortocircuito tra scienza e sapere umanistico quando dice che:
“Ciascuno di noi è solo; ciascuno di noi muore solo: bene, è un destino contro il quale non possiamo lottare – ma nella nostra condizione ci sono molte cose che non dipendono dal destino, e se non lottassimo contro di esse saremmo men che uomini.”
Nonostante ciò letteratura e scienza, pur talvolta non comprendendosi a pieno, si sono spesso fuse. Prova evidente sono le diverse opere letterarie che hanno scandito la letteratura, soprattutto italiana.
Scienza e letteratura, infatti, rappresentano due mondi contrapposti, facce di una stessa medaglia oppure entità che interagiscono dinamicamente, trovando equilibri diversi a seconda dei momenti storici e dei protagonisti. L’ipotesi della contrapposizione è basata spesso su una presunta dicotomia di strutture linguistiche: il linguaggio scientifico sarebbe meno ridondante e ambiguo e contemporaneamente,più strutturato e rigido, con il suo punto di convergenza all’infinito rappresentato dai linguaggi artificiali. Il linguaggio letterario sarebbe, invece, più teso alla comunicazione di emozioni, retorico, libero e basato più su analogie e giustapposizioni che su deduzioni. Diverse sono state le opere che hanno mostrato il risultato di questa fusione o almeno influenza reciproca. Si tratta di casi emblematici dell’intreccio tra scienza ed arte e a ben guardare in ogni ambito culturale possiamo ritrovare questa commistione e compenetrazione di linguaggi e non solo.
Ad esempio nell’opera somma della letteratura italiana, la Divina Commedia di Dante Alighieri, il poeta ci restituisce la rappresentazione medievale del cosmo e ci consente di affermare nel XIV secolo era noto che la terra non fosse piatta. Dante fa anche di più, nel Convivio dichiara di introdurre l’uso del volgare come mezzo di comunicazione scientifica “ne la via de la scienza, che è l’ultima perfezione”.
Ariosto, Leopardi, Calvino, per citarne alcuni, si lasciano inebriare dal profumo della scoperta e descrivono, cantano e raccontano infiniti mondi possibili.
Ma il più noto e famoso esempio di questa unione è Galileo Galilei che è considerato il fondatore della prosa scientifica italiana, unendo rigore scientifico e abilità letteraria per rendere accessibili le sue scoperte a un pubblico più vasto. L’autore abbandonò il latino a favore del volgare, utilizzò un linguaggio chiaro e preciso, e riprese generi come il dialogo e l’epistola dall’umanesimo, adattandoli alla scienza. Le sue opere, come “Il Saggiatore” e il Dialogo sopra “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo“, sono modelli di chiarezza, ma anche ricche di stile, metafore e vivacità intellettuale. Galileo è considerato l’ultimo grande intellettuale capace di riunire in sé quelle che sarebbero state chiamate in seguito “le due culture”. Al tempo stesso, però, è proprio con lui che prende avvio una divaricazione (non da lui desiderata) generata dal nuovo metodo scientifico, il quale ha inevitabilmente condotto alla specializzazione dei saperi. Un processo che oggi si cerca, in varie forme, di ricomporre.
