Scontro politico al Senato nella seduta n. 339 del 10/09/2025 sulla distribuzione delle risorse destinate alla sanità. La polemica ha riportato al centro del dibattito il tema del divario sanitario tra Nord e Sud. All’ordine del giorno, infatti, è stata la decisione della maggioranza di respingere un emendamento che prevedeva lo stanziamento di 5 milioni di euro a favore dell’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon di Napoli. La misura avrebbe consentito il rafforzamento dell’assistenza nelle urgenze ed emergenze pediatriche e neonatali complesse, oltre a garantire cure specialistiche di alta complessità. Parallelamente, gli ultimi accordi di programma sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni hanno dato via libera al piano di ammodernamento di aziende sanitarie e presidi ospedalieri delle Ats di Milano, Brescia e Isubria. Per questi interventi sono destinati oltre 627 milioni di euro a carico dello Stato e circa 103 milioni provenienti da fondi previsti dalla legge di bilancio 2019. Tutto ciò mentre al Sud molte regioni non riescono nemmeno a garantire i Livelli essenziali di assistenza (LEA).
Appaiono, verosimilmente, miopi le scelte dell’esecutivo che dovrebbe prima stanziare risorse per i territori più fragili e poi potenziare sistemi già efficienti. La sanità pubblica vive un momento di crisi drammatica: la spesa sanitaria italiana in rapporto al PIL è in calo; lo ha detto la Ragioneria generale dello Stato e lo hanno confermato tutti i principali istituti di ricerca. Nonostante la pandemia abbia dimostrato quanto sia vitale un sistema sanitario pubblico, forte e universale, il Governo ha scelto la strada dei tagli. E se si tagliano gli asili nido, le case e gli ospedali di comunità, i trasporti interregionali, si punisce soprattutto il Sud. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: le liste d’attesa sono insostenibili; i cittadini rinunciano a curarsi o sono costretti a rivolgersi al privato pagando di tasca propria; ospedali chiudono reparti; pronto soccorso in crisi permanente; medici e infermieri costretti a turni massacranti. Le disuguaglianze territoriali crescono: al Nord alcune prestazioni vengono garantite in tempi ragionevoli, mentre al Sud i tempi si allungano in modo drammatico. È un’Italia a più velocità, che tradisce il principio fondamentale del nostro Servizio sanitario nazionale: garantire a tutti e ovunque le stesse possibilità di cura. Nonostante in metà Italia, l’Italia del Sud, vi sono interi territori privi di servizi, a eccezione di qualche eccellenza, il Governo, anziché invertire la rotta e avviare un grande piano di investimenti e di assunzioni, naviga a vista. Con i provvedimenti che si stanno approvando, definanziando la sanità pubblica, la salute si sta trasformando in un bene di mercato, spingendo sempre di più le persone verso la sanità integrativa e verso la sanità privata, aumentando il gap tra il Nord e il Sud del Paese. Al Sud, stando gli ultimi dati, si vive tre anni in meno. C’è tutta una sanità, quella meridionale, in piano di rientro, perché la spesa sanitaria pro capite per i cittadini del Sud è più bassa di 600 euro. 600 euro in meno all’anno significano meno visite, meno controlli, meno prevenzione, meno interventi chirurgici e, soprattutto, scoprire in ritardo di avere una malattia. Ogni anno si spendono oltre 4 miliardi di euro in migrazione sanitaria, perché le persone si devono spostare da una parte del Paese, il Sud, al Nord per essere curati.
Nel frattempo, il Ministro leghista Calderoli continua la battaglia sui Livelli Essenziali delle Prestazioni, nonostante i pareri della Corte Costituzionale e i richiami della Consulta. Il testo del provvedimento ricalca ostinatamente i profili di incostituzionalità che erano stati rilevati con la sentenza di dicembre. Sembra una battaglia personale contro gli interessi della Repubblica e le istituzioni preposte a garantirne l’unità, nel colpevole silenzio degli alleati di Governo, nazionalista nelle parole ma non nei fatti. Il testo aggira le censure della Corte, soprattutto su due aspetti cardine: in primis, dettando principi e criteri direttivi oltremodo generici, incapaci di orientare le decisioni su standard che riguardano diritti di primaria importanza per i cittadini; in secondo luogo, mancando ancora una volta di indicare le coperture necessarie per permettere agli enti territoriali di garantire con effettività ed efficacia i servizi e le prestazioni legate ai nuovi LEP. Antenne dritte, dunque, per evitare che il Paese sia ancor di più diviso in due.
Altro schiaffo al Mezzogiorno arriva dal Parlamento Europeo dove è stata approvata, a larga maggioranza (440 voti favorevoli, 168 contrari e 52 astensioni), la proposta di riforma che permette di destinare le risorse dei fondi strutturali, tra cui i Fondi di Coesione per il Sud, ad altre categorie di intervento, in linea con le proposte della Commissione europea. Competitività, difesa, questione abitativa, gestione delle risorse idriche e transizione energetica sono le cinque nuove priorità politiche individuate dalla Commissione europea, per cui servono investimenti e per cui l’esecutivo comunitario ha proposto un utilizzo dei fondi di coesione, su base volontaria. La riforma del regolamento ora necessita del via libera del Consiglio dell’UE, e poi gli Stati membri e le regioni potranno destinare le risorse ai nuovi obiettivi. Il commissario per la Coesione, il meridionale Raffaele Fitto, ha inopinatamente esultato: “Questa riforma consente di fare meglio e subito: più flessibilità, maggiore efficienza e reale semplificazione per mettere le risorse europee al servizio delle nuove sfide dei territori”. In realtà, con questo provvedimento, il Parlamento europeo ha voltato le spalle alla missione storica di questa politica: ridurre le disuguaglianze territoriali e sostenere la transizione giusta. Due i punti di attenzione relativi all’accordo: si spostano risorse dai cittadini per sovvenzionare l’industria bellica, si trasforma una politica di solidarietà a lungo termine in uno strumento di emergenza a breve termine.
